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Intervista a Veronica Benini di Stiletto Academy, imprenditrice ed Heels Coach

Veronica Benini Stiletto Academy

Veronica Benini, da molti conosciuta come Spora come il nick che usa per scrivere sul suo blog frizzante o per impersonarsi in una fatina che ti aiuta ad acquisire fiducia in te stessa in uno dei suoi libri, è una donna creativa, determinata e molto libera. Ti colpisce per il modo di fare schietto e per la possibilità di dimostrarti che con dedizione tutto è possibile. Heels Coach, ha fondato 4 anni fa Stiletto Academy con cui insegna alle donne a camminare sui tacchi 12, digital manager e architetto, sta per trasferirsi in Argentina.

Come possono coesistere tutte queste personalità in una sola persona? Ce lo racconta in queste quattro chiacchiere che abbiamo fatto!

1. Ci sono persone che sognano di abbandonare il lavoro d’ufficio per dedicarsi a una passione come quella di cucinare a domicilio per altre persone, insegnare tango o altre attività “blandamente” insolite. Pur tenendo conto che ognuno è diverso, ha la sua storia, le sue skills e la sua intraprendenza, hai delle parole di incoraggiamento per loro, tu che sei riuscita ad avviare una startup di successo?

La realtà parla per me. La realtà italiana ci dice chiaramente che avviare una PMI o partita IVA non è viabile. Le startup italiane nascono e muoiono dopo pochi mesi. Il modello fiscale non le supporta. Punto.

Per me il successo in Italia al giorno d’oggi è riuscire a pagare affitto, sostenere le spese di base e avere di cosa vivere decorsamente. Successo è poter fare tutto ciò lasciando il 57% del proprio fatturato al fisco, più spese di commercialista e altro.
Successo è riuscire a farsi pagare in tempo dai clienti. Successo, molte volte, è addirittura riuscire a farsi pagare tout court.
Successo è non dover chiedere asilo politico in famiglia se ti salta un contratto o se nessuno ti paga.

Successo, in Italia, equivale a sopravvivenza. Se dopo tutte le problematiche elencate sopra ti rimangono mille e quattrocento euro al mese, allora sei un eroe. L’eroe che è riuscito a sopravvivere dentro il regime dei minimi.

A parità di fatturato nel regime dei minimi, in Francia ti rimane il 40% in più.

Ma più che eroi, le partite IVA in Italia sono delle vittime. Ecco perché l’Italia è una Repubblica basata sull’evasione fiscale. Inutile fare gli gnorri: o paghi le tasse o mangi.

Il mio unico consiglio per lanciarsi in proprio è avere 30k€ di risparmi per sopravvivere al primo anno, dato che paghi non solo le tasse, ma anche l’anticipo sull’anno dopo e, ironia della sorte, esce più di quel che entra. La situazione ha dell’assurdo, non ci sono altre definizioni.

Quello che fanno in molti è andare all’estero. La realtà italiana non è rosea e siamo tutti stufi di dare più della metà allo Stato per poi sentirci dire dal commercialista che l’ammortamento di smartphone e pc è calcolato su una base di 4 anni. Sappiamo tutti che i devices ne durano 2, per dirne una.

Io mi definisco una prigioniera di guerra. Da gennaio esco dal regime dei minimi e dopo le tasse mi rimarranno meno soldi di quando ero nei minimi. Se nel 2015 non fatturo più di 70K€, non sopravviverò. Potrei farcela, ma non ne ho la certezza matematica.

La cosa bella di questo secolo è che viviamo in un mondo che contiene molti paesi, noi “Generazione Millennials” ci siamo detti basta, e il nostro terreno di gioco adesso è il mondo.
Perché va bene lottare per rientrare dall’estero come ho fatto io, va bene mettercela tutta. Ma uscire dai minimi in Italia ti sega le gambe finché non passi i 70k. Chi fattura 50k muore. E, ragazza, ci devi arrivare a quei 50 in un paese col potere d’acquisto in ginocchio.

Intraprendere è bellissimo perché se hai il carattere e la tempra giusti puoi fare molto. Non potrei tornare dipendente, le consulenze lunghe mi stressano. Purtroppo l’Italia ci taglia le ali perché non capisce che agevolando i neo-imprenditori come fa per esempio la Francia su 3 anni partendo credo dal 10% fino ad arrivare al 23, la maggior parte degli indipendenti continuerà ad incassare in nero.
Allora dopo 2 anni di Italia io torno a vivere nel Mondo.
Tornerò a risiedere fiscalmente in Italia quando supererò i 100k di fatturato. Oppure no, il Mondo è grande. Considero il fisco italiano il maggior responsabile dei fallimenti delle nuove imprese e mi bolle il sangue perché nell’economia mondiale gli italiani hanno molto da offrire. L’Italia deve produrre eccellenze da esportare. Dobbiamo fatturare all’estero per aumentare il PIL. Non possiamo intraprendere per il mercato interno perché i soldi non girano.

Dovrei considerare il mio nuovo fatturato e la conseguente uscita dal regime dei minimi un successo, e invece mi butterà giù a picco. Non ne sono felice, ma non voglio nemmeno rifiutare lavori per non sforare. Io voglio lavorare, voglio crescere, voglio pedalare in avanti. Se rimango e non supero i 70, faccio la fame e lo considero un fallimento.

Ho parlato spesso di fallimento. Fallire è importante e necessario, serve a farti capire che se cadi non muori. Se cadi e ti rialzi, e soprattutto se cadi e ritorni, allora non ti ferma più nessuno.

Io so che non si muore, fallendo. Ma è frustrante. Alla soglia dei 40 ritengo di poter evitare di fallire, e mi sto adoperando per evitarlo.
Abbiamo la fortuna di vivere in un mondo enorme e piccolissimo grazie a internet e aerei, e sarei stupida a non cercare di trarne il maggior profitto, perché il vero successo è essere felici con il proprio lavoro.

2. Quali sono le prossime novità in arrivo? Ho visto della nuova iniziativa per far parte della Scuderia Stiletto Academy, potrebbe essere un’ottima occasione di impiego per molte persone, che tipo di persone dovranno essere le Stiletto Coach?

Stiletto AcademyPrima di tutto voglio chiarire che in Italia non sarà possibile, con il regime fiscale attuale, vivere da Stiletto Coach, come potrebbe essere in un altro paese. Considero questo lavoro un più, da fare se si studia o si ha un altro lavoro, ed è più gratificante che fare un lavoro “alimentare” come cameriera, babysitter, promoter o altri lavori senza missione di fondo. Essere Coach è abbracciare una filosofia e imparare a mettersi in proprio, con il mio aiuto e sostegno con un business model assodato e funzionante e una struttura comunicativa efficiente, più il prestigio ed il none della Academy. Detto questo, le Coach saranno libere di fatturare quanto vogliono con la loro licenza senza passare dalla casa madre. Non è impossibile viverci, ma bisogna essere molto attive. Se invece lo si considera un secondo lavoro, allora togliendo la licenza annuale resta comunque un’entrata interessante e si impara un mestiere che prima non esisteva nei modi in cui io l’ho impostato, e può trasformarsi in tante altre cose perché si impara ad intraprendere.

La licenza non è solo un corso con i miei insegnamenti e la trasmissione del mio format, include anche l’appartenenza a Stiletto Academy come Coach Ufficiale, con profilo sul sito e promozione di tutti i workshop comunicati.
Banalmente, invece di insegnargli tutto quello che so e lasciarle disperse, rimangono unite e sotto la mia ala.

Ho avuto l’idea due anni fa quando ho visto le prime copie di workshop mal fatti. Mi sono detta: se mi vogliono copiare vuol dire che il mio lavoro suscita passione. Allora tanto vale che glielo insegni io e lavoriamo tutte insieme, no? Io non sono onnipresente e rifiuto molti eventi. È un vero peccato.

A dicembre scadono le candidature. È tutto spiegato in una nota sulla pagina facebook.com/StilettoAcademy.

3. Che ne pensi del movimento start-up italiano?

Il movimento è una fuffa, non c’è nessun movimento. Ci sono due incubatori in croce fatti da big brand per ics motivi fiscali e di prestigio/innovazione, seguiti dai giornalisti e da un pugno di giovani che provano a lanciarsi in proprio facendo molto baccano sui social. Ma sono pochi.

Startup è la fase iniziale, quella dove sei debole. Essere una startup non è una bella cosa, non è motivo di vanto perché in pochissimi ce la faranno. E se ce la fai ad uscirne, devi fare i conti ancora con il divario fiscale fra regime dei minimi e normale. Ossia dal 28 al 57 percento. Non è umano.

Movimento può essere chiamato in Francia, Inghilterra, Australia, Stati Uniti. Movimento è quando c’è impresa dopo la fase startup, e allora la fase di lancio è servita qualche cosa. Movimento è quando nascono nuove imprese e generano assunzioni. Dove si genera reddito.
Non sono pochi casi isolati di startup di successo a creare un movimento.

Non è un movimento, in Italia, dove la stampa si riempie la bocca ma mastica aria seguendo una tendenza che qui, mi spiace ammetterlo, fa solo da specchietto per le allodole.

Abbiamo invece un movimento di aspiranti startupper “vorrei ma non posso”. L’Italia è un popolo di sognatori. E la cosa triste è che culturalmente non possono permetterselo perché non hanno gli elementi per diventare dei sopravviventi.

4. Imprenditrice, influencer, digital manager: come hai affinato le tue skills venendo da un modo diverso come quello dell’architettura e ingegneria?

Potremmo rivolgere la stessa domanda al fu Gianfranco Ferré o Giorgio Armani, entrambi architetti. L’architettura è una materia che non solo educa il senso estetico, ma ti spinge a progettare valutando rischi e sviluppando un concetto che prende le sue radici nella società attuale. E poi questo progetto va illustrato, raccontato, venduto. Deve veicolare un sogno.
Il marketing è la stessa cosa, il passaggio è stato naturale e mi sento un delfino. Non tornerei mai ai grattacieli, anche se l’ingegneria mi ha insegnato una disciplina utilissima e meravigliosa.

5. Raccogli nella tua persona molte nazionalità, ma ho letto sul blog che a breve ti trasferirai sulla Sierra e ti organizzerai da lì. Mi fa riflettere molto questo modo di fare il “nomade digitale” perché grazie a un computer si può essere ovunque e lavorare ovunque. In più con il tuo pulmino che ora hai in vendita mi hai trasmesso una sensazione di “portarsi la casa appresso” che mi ti ha fatto identificare con una persona che ama molto girare il mondo e la libertà. Quanto influisce questo tuo lato nel tuo lavoro e quali vantaggi hai rispetto a chi sceglie di restare tra le stesse 4 mura per tutta la vita?

La scelta dell’Argentina è molto logica, come tutte le mie decisioni di vita. Che poi io riesca ad elaborare soluzioni senza filtri perbenisti e con una libertà che esula dai comuni limiti del politicamente corretto, è soltanto perché sono fuori di testa. E fuori di testa ci nasci.

Sono cresciuta in libertà, con arco e frecce sugli alberi. Ho imparato a leggere e scrivere da sola a 4 anni e a scuola mi annoiavo. Ero una bambina iperattiva, allora i miei mi facevano fare moltissime attività. La cosa che mi colpisce al giorno d’oggi è constatare che sono stata educata come una persona. Non come una femminuccia che non deve fare certe cose “da maschi”, non come una bambina alla quale ci si rivolge con saccenza. Ero una persona, in tutto e per tutto.
E questa consapevolezza fa tutta la differenza. Non mi sono mai sentita meno fortunata di un uomo, ho sempre messo in avanti la mia femminilità e si è rivelata una carta vincente, se ben calibrata.

L’equazione argentina è molto semplice: laggiù la pressione fiscale è pari alla metà rispetto all’Italia, e con l’euro hai un potere d’acquisto doppio. Fai due conti e poi dammi anche solo una buona ragione per non trasferirci la mia partita IVA.
Adesso mi espando in Sudamerica e per ora in Florida. Lavorando in molti paesi preferisco un fisco più clemente. L’Argentina è un paese emergente e stanno estinguendo il debito col FMI. Se ci pensi è una super potenza: avranno la Libertà.

La scelta del furgone è stata anche quella molto molto logica. Lasciando il lavoro in ufficio in Francia per lanciarmi con la partita IVA in Italia, ho tagliato tutte le spese fisse che avrebbero potuto affondarmi: mutuo e bollette, e mi sono trasferita nel furgone che ho trasformato in ufficio-abitazione on the road.
Certo, essendo architetta e creativa oltre che una donna di marketing, ho reso tutta la storia molto appetibile, in primis per me stessa. Raccontare e vivere la barbonata di vivere in un camper, mi sono detta “anche no”. Il furgone portavalori con posate d’argento e copertine di cachemire ha tutt’altro stile. E infatti ha suscitato molto interesse.

Il concetto del downshifting, il mollo tutto e l’avere la propria chiocciola ambulante con tutti i tuoi oggetti è un sogno contemporaneo, e riflette una crisi profonda della nostra epoca: la schiavitù degli oggetti e dello stipendio che se ne va in mutuo e bollette. Il lavorare per pagare le spese e non essere felici della propria condizione di dipendenti.
Il “dipendere” appunto, di padroni e obblighi verso oggetti.

Ma sotto sotto abbiamo sempre e comunque la realtà una donna single che si lancia in proprio e, molto freddamente, elimina tutti i rischi possibili.

La voglia di libertà è un bisogno fisiologico, ma non tutti hanno il coraggio di metterlo in atto. Liberarsi di tutto è più difficile di quanto si creda, ma ti da una visione molto più ampia di quali sia il tuo obiettivo nella vita, e di come fare per realizzarlo.
La vita è quel che decidi di farne.

Di questa esperienza ne sto facendo un romanzo, sarà divertente. Si chiama, per ora, “La ragazza del furgone”, per far l’occhiolino all’omonima Signora di Alan Bennett.

Grazie a Veronica!

Ti ha dato spunti di riflessione interessanti?

 



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